L’industria ceramica americana ha chiesto al Governo Trump di frenare l’importazione sregolata di piastrelle cinesi e l’annuncio arriva dal Tile Council of North America. Inoltre, è da sottolineare che con l’introduzione dei dazi nel 2011, i produttori europei sono riusciti a ridurre del 77% l’arrivo di merci sottocosto made in China, facendo cosi respirare l’industria della ceramica.

La TCNA, associazione americana dei produttori di piastrelle del nord america, aveva depositato una petizione al governo federale l’11 aprile scorso, al fine di chiedere l’imposizione di tariffe sull’import cinese “in quanto i produttori cinesi beneficiano di ampi sussidi pubblici e vendono negli Usa a prezzi bassissimi”.

L’istanza statunitense chiedeva, oltre ai dazi anti-dumping, anche countervailing duty, ovvero misure compensative dei sussidi statali. Molto probabilmente si aspetterà per facilitare la stipulazione di un accordo senza misure punitive, al fine di superare le difficoltà nei colloqui sul commercio tra le due prime potenze economiche al mondo.

La Federal Trade Commission, agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti, la cui missione principale è la promozione della protezione dei consumatori e l’eliminazione e la prevenzione di pratiche commerciali anticoncorrenziali, ha 45 giorni per valutare la petizione e in 6 mesi potrebbero entrare in vigore i dazi provvisori.

Tramite questa nuova regolamentazione, sarebbero favoriti anche i ceramisti italiani che sono i primi partner commerciali degli Stati Uniti. Si parla di produzione in loco di fabbriche italiane e di piastrelle tricolore che valgono il 31% del mercato oltreoceano, il quale corrisponde a 3,7 miliardi di dollari.

Il presidente di Confindustria Ceramica, Giovanni Savorani, afferma che i dazi potrebbero avere effetto se le aliquote applicate fossero simili a quelle massime imposte in Ue, perché le piastrelle cinesi partono da prezzi attorno ai 7 dollari, contro il doppio delle piastrelle italiane.