Pasta italiana: l’export sconta la delocalizzazione

da | Ago 27, 2018 | Fiscalità Internazionale, Mercato interno e comunitario, Spedizioni Internazionali

La delocalizzazione, ovvero l’organizzazione della produzione dislocata in regioni o stati diversi, sta colpendo tutti i settori economici e produttivi e quello agroalimentare non fa eccezione.

Nel 2017 l’export italiano di pasta è calato del 3%, in controtendenza rispetto a tutto il commercio estero. Il settore sta affrontando gli effetti della delocalizzazione che, sottolinea la Coldiretti, «dopo aver colpito la coltivazione del grano sta adesso interessando la trasformazione industriale con pesanti conseguenze economiche e occupazionali».

È importante e indispensabile verificare condizioni e limiti di ammissibilità stabiliti dalla normativa di settore del Paese di destinazione. Ad esempio, per esportate negli USA, è necessario che l’operatore economico nazionale presenti in dogana un certificato ad hoc, chiamato P2.

Ci sono prodotti che vengono identificati immediatamente, dal marchio, dalla scritta e dai colori e il vino è un ottimo esempio made in Italy. Il vino italiano è facilmente riconoscibile dagli italiani, cosi come dai francesi. L’olio senza subbio è un prodotto che rientra nella top ten dei prodotti italiani riconoscibili, ma non è da dimenticare la pasta. La pasta è un prodotto amato da tutto il mondo e rappresenta l’Italia. Nessuno è in grado di copiarla e tanto meno cucinarla.

Come diceva Fellini: «La vita è una combinazione di pasta e magia».

Nonostante il mondo sia innamorato della pasta, nel 2017 l’export italiano di pasta è calato del 3%. Il processo produttivo della delocalizzazione colpisce tutti i settori e non risparmia neanche quello agroalimentare.

Per quanto riguarda la pasta, le procedure di esportazione non sono complicate. Le regole che disciplinano la produzione e la commercializzazione di sfarinati e paste alimentari sono dettate del D.P.R. n. 187/2001.

La pasta nei Paesi SEE (spazio economico europeo che nasce nel 1994 al fine di estendere le disposizioni UE ai Paesi aderenti all’Associazione europea di libero scambio. Paesi membri: Norvegia, Islanda e Liechtenstein) o destinata all’esportazione, per la fabbricazione della pasta secca, è vietato l’utilizzo di sfarinati di grano tenero (art.6, comma 4). Inoltre, è vietato vendere o detenere al fine di vendere, anche negli stabilimenti di produzione (art. 11). L’articolo 12 invece stabilisce che: «Nel rispetto di quanto disciplinato dal Regolamento (CE) n. 852/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, è consentita la produzione di sfarinati e paste alimentari aventi requisiti diversi da quelli prescritti dai capi I e II del presente decreto, quando è diretta alla successiva spedizione verso altri Paesi dell’Unione europea o verso gli altri Paesi contraenti l’accordo sullo spazio economico europeo nonché destinata all’esportazione».

Per quanto riguarda l’igiene dei prodotti alimentari, esiste il regolamento (CE) 29 aprile 2004, n. 852, il quale disciplina appunto l’igiene dei prodotti.

In questo caso, la pasta secca destinata al mercato internazionale (europeo o extraeuropeo) può essere prodotta con sfarinati di grano tenero; le materie prime e il prodotto finito possono essere immagazzinati unitamente a quelli destinati al mercato nazionale, purchè contraddistinti in maniera ben visibile dalla scritta “Materie prime e/o prodotti finiti non destinati al mercato nazionale”.

Particolare attenzione e cautela deve porsi alle esportazioni di pasta ripiena; trattandosi di un prodotto elaborato, dove possono essere presenti sostanze chimiche, additivi, coloranti e conservanti, nonché derivati del latte e della carne, è importante verificare a priori condizioni e limiti di ammissibilità stabiliti dalla normativa di settore del Paese di destinazione.

Per chi esporta negli USA, le merci di cui ai codici NC 1902 11 00 e 1902 19 l’autorità competente dello Stato membro in cui ha luogo l’accettazione, da parte dei servizi doganali, della dichiarazione di esportazione, rilascia su richiesta gli interessati un “Certificate for the exporter of pasta to the USA”, denominato certificato P2. Dal 2 luglio 2012 però, la presentazione del certificato cartaceo è stata sostituita dall’indicazione del codice C012 nel campo 44.7 della dichiarazione doganale, obbligatoria per ciascun singolo, alla quale consegue l’emissione, da parte del sistema informatico doganale, di un certificato P2.

La mancata indicazione del codice C012) comporta il rifiuto della dichiarazione da parte del servizio telematico doganale e l’invio di un messaggio di errore. La dogana di esportazione poi provvederà alla stampa e alla consegna all’interessato dell’originale del certificato e della copia 1, la quale dovrà essere presentata alle autorità doganali statunitensi.

Il certificato P2 non ha scadenza di validità, viene annullato a seguito dell’annullamento della relativa dichiarazione doganale e sostituito nelle ipotesi di rettifica/revisione sempre della correlata dichiarazione di esportazione; può essere “duplicato”, qualora smarrito.

Daniele Paolini

Daniele Paolini

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