Grandi e piccoli gruppi Usa, europei e asiatici spostano gli impianti di lavorazione e le principali destinazioni sono gli Stati Uniti e soprattutto i paesi a basso costo del lavoro. Clifton Broumand ha fondato e dirige la sua azienda di computer, la Man & Machine. Le componenti sono “made in China”, con design e assemblaggio finali negli Stati Uniti. Un modello che ha funzionato per 40 anni ed ora è in piena crisi. Broumand afferma: “Non vedo vie d’uscita, devo spostare almeno parte della produzione, forse a Taiwan, per evitare dazi del 25 %, esser costretto ad aumentare i prezzi e cercare di sopravvivere alla concorrenza”. Quello di Broumand è un trauma collettivo, che riguarda piccole imprese e colossi, americani e internazionali, nei settori più diversi. Tutti in fuga dai dazi: la guerra commerciale tra Washington e Pechino sta spingendo sempre più gruppi a ripensare le proprie catene di produzione e a ridimensionare la presenza in Cina.

L’elenco cresce di giorno in giorno, tanto che il 16 Maggio la Ricoh (società giapponese che produce articoli elettronici) ha annunciato di voler spostare da Shenzhen alla Thailandia tutta la produzione di stampanti per ufficio destinate agli Usa. La GoPro (società californiana) invece, prevede di spostare gran parte della produzione diretta agli Usa fuori dalla Cina, spiega Brian McGee, direttore finanziario dell’azienda di telecamere per dispositivi digitali.

L’obiettivo è unico: proteggersi da possibili dazi e realizzare alcuni risparmi e maggior efficienza.

La Hasbro (società statunitense) sta portando le proprie fabbriche di giocattoli, negli Usa, in Messico e in India, con l’obiettivo di abbassare dal 70 al 60 % la produzione in Cina.                     Lo scorso mese, Sony ha chiuso un impianto di produzione di smartphone a Pechino per espandere le attività in Thailandia. La multinazionale svedese Ericsson si sta preparando a traslocare parte della produzione dalla Cina agli Usa, Estonia, Brasile, Messico.

L’amministrazione guidata da Donald Trump ha messo tra gli obiettivi dell’offensiva commerciale quello di spingere le multinazionali a stabilirsi per la produzione negli Usa.

Man & Machine teme addirittura di dover tagliare parte dei posti di lavoro negli Stati Uniti. La maggior parte delle multinazionali guarda ai paesi dove il costo del lavoro è basso, come ad esempio Cambogia, Vietnam, Filippine, India.

Il trasloco degli stabilimenti produttivi delle attività a minor valore aggiunto dalla Cina non è cominciato con la guerra di dazi. Il mercato del lavoro nella potenza asiatica si sta surriscaldando, i salari aumentano e la popolazione invecchia. La guerra commerciale ha però accelerato l’esodo. L’amministratore delegato di Bissel, Mark Bissel stava già cercando alternative alla Cina a causa dei costi crescenti, ma i dazi lo hanno spinto a bruciare le tappe.

Entro fine anno, la società di Berkshire Hathaway sposterà lì ottomila posti di lavoro: il made in China scenderà al 10 % della produzione, dal 45 % attuale.

Una ricerca di Ubs mostra che l’anno scorso, mentre la tensione sui dazi cresceva, il 37 % di 200 gruppi manifatturieri orientati all’export aveva spostato in media il 30 % della produzione fuori dalla Cina e un altro 33 % programma di farlo nel 2019.

Le supply chain USA potranno anche continuare a uscire da Paese, ma Pechino resterà per decenni un hub mondiale. Apple sta addirittura spostando l’assemblaggio di iPhone di fascia alta in India, ma è difficile trovare alternative alla sua attuale e professionale manodopera e alla logistica su cui può contare il suo fornitore per eccellenza, Foxconn.

È importante sottolineare che lo scorso anno, un quarto del valore della produzione manifatturiera mondiale è stato generato dalla Cina, più della somma di Stati Uniti, Germania e Corea del Sud messi insieme.

Per Mats Harborn, Presidente della European Union Chamber of Commerce in Cina «il Paese resta un mercato chiave per l’Europa».