L’acquis di Schengen è un insieme di norme e disposizioni, integrate nel diritto dell’Unione europea, volte a favorire la libera circolazione dei cittadini all’interno del cosiddetto Spazio Schengen, regolando i rapporti tra gli Stati che hanno siglato la Convenzione di Schengen.

Il complesso di norme, dette anche accordi di Schengen, prende il nome dalla cittadina di Schengen, in Lussemburgo, al confine con la Francia e la Germania.

Subentra così anche l’Africa, nuova area di libera circolazione di merci e persone maggiore al mondo. Con 1,2 miliardi di individui ed un Pil aggregato di oltre 2mila miliardi di dollari, l’AfCFTA (African Continental Free Trade Area), l’accordo commerciale siglato da quasi tutti gli Stati africani, supera anche l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). L’AfCFTA è la più grande area di libero scambio al mondo e intende creare un mercato continentale unico per beni e servizi, con libera circolazione di capitali e viaggiatori d’affari.

Creare un’area di libero scambio grande come l’Africa è un’intesa che ha come obiettivo di eliminare i dazi sul 90% delle merci scambiate in Africa, passando dall’attuale 6% a zero. Tale intesa cambierà i ruoli di forza nel commercio globale con ripercussioni su Europa e Cina (principali partner economici del Continente), scoprendo maggiori opportunità di investimento e sbocchi commerciali più ampi.

Rivitalizzare il mercato interno

Guardando il lato africano invece, l’accordo ha lo scopo di riattivare un mercato interno mai decollato per le seguenti cause: imposte troppo elevate, scarse infrastrutture ed eccessiva burocrazia alle frontiere nazionali.

I dati statistici di Afreximbank, (African Export-Import Bank), un’istituzione finanziaria multilaterale panafricana, con sede a Il Cairo, in Egitto che promuove lo scambio tra Stati in Africa, parlano chiaro: nel 2017 il valore del commercio intra-africano ha raggiunto appena 170 miliardi di dollari. Questa quota rappresenta solo il 16% del totale scambiato dall’Africa, a dimostrazione che l’84% dell’export africano va ancora in direzione di Europa, Asia ed America (stime UNECA).

Davide Luke, coordinatore della Commissione economica africana delle Nazioni Uniti (UNECA) ha affermato: «Il colonialismo europeo ha creato un contesto dove gli Stati africani non potevano commerciare tra loro, istituendo una rotta di scambio obbligatoria verso l’Europa».

Secondo la Commissione economica per l’Africa (UNECA United Nations Economic Commission for Africa), la liberalizzazione dei servizi ed il mercato unico, secondo UNECA, dovrebbero portare nei prossimi anni ad aumentare il commercio intra-africano del 25% avvicinandosi così alla soglia del 60%: la quota dello scambio interno nella bilancia commerciale di Asia ed Europa.

Con l’entrata in vigore della Schengen africana, i benefici per il Paese saranno visibili fin da subito.  Ad esempio, le materie prime del Continente, come il cacao della Costa d’Avorio, potranno essere scambiate e prodotte nello stesso Paese d’Origine o in uno Stato limitrofo senza dover obbligatoriamente prendere la strada europea per, poi, magari essere ricomprate ad un prezzo superiore. D’altronde come poi avviene oggi con le rose del Kenya che, arrivavano sui mercati africani passando dall’Olanda, invece che direttamente dal Kenya.

Un altro vantaggio dell’accordo di libero scambio africano sta nella diversificazione nell’esportazione dei prodotti, dove ad oggi, infatti, oltre il 60% della merce esportata dall’Africa in Europa sono materie prime, la cui volatilità dei prezzi, negli ultimi dieci anni, ha causato ferite profonde a numerose economie africane. Lo scopo dell’intesa è quello di agevolare l’industrializzazione interna creando catene commerciali complete in grado di esportare prodotti finiti verso i mercati internazionali, riducendo progressivamente l’importazione dall’Europa di prodotti manifatturieri che, al momento, rimane del 70%.

Il manifatturiero è sempre stato il punto debole per la crescita dell’Africa, ma nonostante le stime negative, secondo l’Harvard Business Review, l’Africa sarà «il polo manifatturiero del futuro», basandosi sulla teoria che, entro il 2030, la Cina prenderà circa 100 milioni di manodopera a basso costo e che, a quel punto, il baricentro della produzione si sposterà in Africa.

I nodi: infrastrutture e Nigeria

Per l’effettiva entrata in vigore dell’AfCFTA non ci sono ostacoli. Si necessita però un sostanziale miglioramento delle infrastrutture che collegano la maggior parte dei Paesi africani. Per questo motivo, la Banca Africana per lo Sviluppo ha già lanciato un piano per l’ottimizzazione delle infrastrutture, in modo tale da facilitare gli investimenti da parte di aziende straniere sul territorio. Successivamente bisognerà valutare la capacità delle autorità africane nei controlli di ingresso per evitare che i mercati locali vengano invasi da prodotti di basso costo e qualità provenienti per esempio dalla Cina. Tra l’altro questo è un problema esistente che rischia di abbattere il manifatturiero locale.

 

Eliminando le dogane c’è il rischio che, ad esempio, una merce importata dal Ghana passi senza ulteriori filtri in numerosi Stati africani, per poi arrivare sui mercati della Nigeria. Non è un caso che la Nigeria abbia deciso di non firmare l’accordo di libero scambio. Un’astensione non di poco conto, dato che si tratta della prima economia in Africa, del maggiore produttore di petrolio del Continente e dello Stato con la maggior crescita della classe media.