Dal 2023 sarà in vigore un sistema di reporting per le emissioni incorporate nelle esportazioni verso il mercato europeo. I settori interessati e a rischio carbon leakage sono quelli di ferro, acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio e generazione elettrica. Qui entra in gioca la tassa sul carbonio alla frontiera dell’Unione Europea. La Commissione ha presentato a luglio 2021 questa nuova tassa all’interno del pacchetto Fit for 55, ovvero un gruppo di 13 iniziative legislative su energia e clima, dove Bruxelles spiega come voler ridurre le emissioni del 55% entro il 2030.

Entrando nello specifico, che cos’è la tassa sul carbonio alla frontiera?

La tassa sul carbonio alla frontiera è uno strumento per attribuire un prezzo al carbonio, chiamato “carbon pricing”. Ne esistono due tipi: uno è appunto la carbon tax e l’altro, più diffuso, è quello dei sistemi ETS “Emission Trading Scheme”, il quale consiste in sistemi di scambio delle quote di carbonio. La differenza è che l’ETS regola le emissioni prodotte all’interno di un certo territorio, mentre la tassa sul carbonio alla frontiera si applica alle importazioni di prodotti dall’estero. È questo, infatti, il caso dell’Unione Europea.

Perché la tassa sul carbonio è necessaria?

Uno dei modi migliori per affrontare il cambiamento climatico è che i governi facciano ciò che i mercati non possono fare: mettere un prezzo ai gas serra. Un “sistema cap-and-trade” in cui le aziende devono acquistare permessi per le emissioni e decidere in base ai prezzi cosa produrre. Quando i governi hanno optato per questa soluzione si sono ritrovati ad affrontare un nuovo problema: in assenza di un prezzo globale del carbonio, le aziende affrontano la concorrenza degli esportatori che possono produrre ad un costo inferiore. Questo rende una tassa alla frontiera del carbonio una necessità.

La tassa sul carbonio alla frontiera, ufficialmente denominata Carbon Border Adjustment Mechanism, (CBAM, Meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera), serve in primis ad evitare il fenomeno del carbon leakage e quindi la fuga delle industrie europee e delle loro emissioni di gas serra all’estero. Pertanto, il CBAM è importante per evitare l’eventuale delocalizzazione dei processi produttivi mettendo una tassa sulle importazioni di merci prodotte con standard climatici più bassi di quelli europei.

Esempio: l’acciaio russo è meno costoso di quello europeo. Con la carbon tax alla frontiera si rettifica la sproporzione di prezzo e in questo modo l’industria europea riesce a tutelarsi.

Inoltre, la carbon tax è anche uno strumento per incentivare gli altri paesi a introdurre standard climatici più stringenti per diminuire o addirittura eliminare la carbon tax europea sulle proprie merci.

Per importare merci nell’UE sarà necessario dichiarare entro il 31 maggio di ogni anno la quantità di prodotti importati e le emissioni incorporate per l’intero volume di import relativi all’anno precedente. Dal 2026 ci sarà l’obbligo di acquisire i permessi per coprire la CO2 importata tramite un sistema di quote simile a quello dell’ETS.

Secondo il sistema presentato dalla Commissione europea, ogni caso risulta a sé. Alcuni paesi, infatti, come gli Stati non-UE che in ogni caso partecipano all’ETS (Svizzera e i paesi dello Spazio economico EEA), sono esenti, così come i paesi che hanno un mercato del carbonio collegato a quello UE. La Commissione ha presentato dei criteri per esentare dalla carbon tax i paesi che stanno integrando il sistema elettrico.

Quali sono gli ostacoli? 

Tra gli ostacoli, secondo Carbon Market Watch, ci sarebbe la sovrapposizione tra CBAM e ETS UE che permetterebbe alle industrie pesanti, ad esempio industrie del cemento e dell’acciaio, di beneficiare di free allowances fino al 2035. Risulterà essere un problema anche i rapporti con i paesi terzi. Molti sono gli stati che hanno manifestato timori e storto il naso per la carbon tax europea. C’è uno stato generale di paura di avere danni nell’export, il quale ha portato alcuni paesi come la Cina a spingere Bruxelles a lasciar cadere il CBAM. Dall’altro canto, la carbon tax può essere usata come scopo diplomatico tra i paesi membri dell’UE.

Per quanto riguarda il WTO, Organizzazione mondiale del commercio, ha avvisato l’UE che non accetterà nessuna misura protezionistica. Pertanto, Bruxelles ha timore di ottenere una bocciatura dell’organismo del commercio internazionale.

Fonte: Rinnovabili.it