Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri.

Il Mady in Italy si sta espandendo a macchia d’olio ed è dal 2010 che sembra essere sempre di più una conferma. L’export italiano chiude in positivo e anche per il 2019 sembrano esserci buone prospettive, tanto che le previsioni indicano un incremento del valore delle nostre vendite di beni all’estero, pari al 3,4%, in linea con il +3,1% dell’anno precedente. Tali risultati sono stati raggiunti in un contesto di minore dinamismo del commercio internazionale (+4,8% in volume nel 2018 rispetto al +6,5% del 2017), frenato da tensioni tra Stati Uniti e Cina, rallentamento delle economie avanzate e calo della fiducia tra gli operatori.

Nel 2019 i volumi degli scambi commerciali resteranno ancora deboli (+2,5% rispetto al 2018), ma l’aspettativa nel 2020 è alta poiché è atteso un rafforzamento che supporterà le nostre esportazioni (+3,6, in media annua, nel 2020-2022). Grazie a un relativo miglioramento della competitività di prezzo, le esportazioni avanzeranno del 4,3% e, nei prossimi tre anni, arriveranno a toccare i 500 miliardi di euro.

Inoltre, le esportazioni di servizi hanno superato nel 2018 per la prima volta il valore di 100 miliardi di euro e cresceranno a un tasso lievemente più sostenuto rispetto all’export di beni (+3,7% nell’anno in corso e +4,6%, in media, nel periodo 2020-2022).

L’aspetto è positivo anche per le imprese che cercano nuove opportunità sui mercati internazionali. Dal 2010 al 2018, l’export ha contribuito positivamente alla crescita dell’economia Italia, riuscendo a compensare e addirittura superare il calo registrato dalle altre componenti del Pil nazionale.

Negli ultimi anni c’è stata una crescita positiva del nostro export, ma non c’è la certezza che, ovviamente, continui anche nei prossimi anni. Il 2018 ci ha insegnato che le previsioni possono deludere le aspettative in un clima di elevata incertezza, come è stato e attualmente continua a essere evidente con le fasi alterne nei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Cina o con la Brexit.

Cosa accadrebbe ad esempio se questo clima di incertezza si traducesse in un rallentamento ancor più significativo della domanda estera dei nostri beni?

In un contesto di escalation protezionistica da parte di Washington, si è ipotizzato un primo scenario alternativo incentrato su un marcato rallentamento della Cina e delle principali economie emergenti: la crescita dell’export si fermerebbe al 2,6% nel 2019 e al 2,3%, in media annua, nel 2020-2022 (Tabella 1).

In un secondo scenario alternativo, questi valori si attesterebbero al 2,7% nel 2019 (e al 3,2%, in media, nel prossimo triennio) nell’ipotesi di una Brexit “disordinata” e di una conseguente minore domanda di beni Made in Italy da parte delle economie avanzate che ne subirebbero gli effetti (in primis quelle dell’Europa Occidentale).

Nel caso di numerosi rischi al ribasso, ampliare e diversificare i mercati di riferimento continua a rappresentare la strategia vincente per le imprese

I piani di internazionalizzazione potranno infatti approfittare della dinamica positiva nelle principali economie dell’Asia-Pacifico e del Nord America (come Cina, Corea del Sud, India, Vietnam e, naturalmente, Stati Uniti) senza sottostimare le potenzialità di Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria e Russia nell’Europa emergente e CSI. Anche in America Latina, in particolare in Messico, Brasile e Cile, riprenderà la domanda dei beni Made in Italy. Nell’area del Medio Oriente e Nord Africa invece, i rialzi attesi delle vendite in Egitto, Marocco, Tunisia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti compenseranno i cali previsti in mercati strategici come Turchia e Algeria. L’export verso l’Africa Subsahariana continuerà a registrare una performance vincente, sia verso i principali mercati di Sudafrica, Nigeria, Angola e Kenya, sia verso le altre economie emergenti dell’area, come Tanzania, Senegal e Ghana.

Settori export nel 2019:

Le esportazioni dei prodotti dell’agrifood italiano sono in aumento del 3,8%, mentre registra una crescita più moderata i beni di investimento con +3,1%.

Sui beni di consumo Made in Italy si raggiunge un +3,4%, in particolare su abbigliamento e arredamento, così come gli intermedi con +3,6% che, grazie soprattutto alla farmaceutica, continuano a contribuire alla dinamica positiva delle esportazioni.

Inoltre, si apriranno opportunità per quanto riguarda il progressivo aumento dei tassi di urbanizzazione atteso nei prossimi anni, dove 6,7 miliardi di persone vivranno nei centri urbani entro il 2050, con una popolazione insediata in città e aree metropolitane in rapida espansione nei Paesi emergenti, come Asia e Africa.  

Le esigenze di uno sviluppo urbano sostenibile e di consumatori con un reddito pro capite mediamente più elevato si rispecchiano nella domanda di crescita e di import, con impatti positivi per le nostre imprese che vendono macchinari, apparecchi elettrici, metalli, prodotti chimici e farmaceutici, alimentari e bevande, tessile e abbigliamento (Tabella 2).

Brasile, Emirati Arabi Uniti e India sì confermano mete strategiche per le esportazioni italiane, le quali avranno margine di aumentare del 4,8% medio annuo tra il 2019 e il 2022. 

L’Africa Subsahriana, nonostante la scarsa la penetrazione delle imprese italiane, offre interessanti opportunità, come la meccanizzazione dei processi produttivi e l’ammodernamento delle infrastrutture idriche, energetiche e dei trasporti. Insieme all’adozione di riforme per migliorare il business environment, esse rappresentano dei “lavori in corso” in queste economie poiché aprono spazi sia per i nostri macchinari impiegati nell’agricoltura e nella trasformazione alimentare, sia per i beni collegati allo sviluppo delle infrastrutture e costruzioni.

Le imprese italiane potranno approfittare di quest’area in continua evoluzione, solamente però se dietro esiste una preparazione adeguata, evitando errori e falsi miti diffusi tra chi opera in maniera opportunistica nel subcontinente.