Nuovi dazi potrebbero colpire il made in Italy agroalimentare negli Stati Uniti. Dopo la prima ondata entrata in vigore a ottobre, che ha colpito le nostre esportazioni di formaggi, salumi e liquori, questa volta nel mirino potrebbero finirci i vini e l’olio d’oliva. Una fetta piuttosto consistente delle esportazioni italiane verso gli Usa, pari a oltre 2 miliardi di euro. Vale a dire la metà di tutto l’export agroalimentare italiano.

La tabella di marcia prevede che la lista dei beni europei colpiti dai dazi Usa come compensazioni degli aiuti pubblici al consorzio Air bus venga rivista ogni tre mesi. E proprio lunedì prossimo si chiuderanno le consultazioni al dipartimento del Commercio americano per la prossima tornata di dazi. L’Italia non teme solo che vino e olio vengano aggiunti alle liste, con dazi che al momento si dice potranno anche essere del 100%. Nelle ipotesi sul tavolo a Washington circola anche quella di aumentare dal 25 al 50% i dazi sul resto dei prodotti alimentari italiani già colpiti, formaggi e salumi in testa. Un danno non da poco, per il made in Italy agroalimentare: secondo le analisi svolte dalla Banca d’Italia soltanto i dazi già oggi in vigore determinano un danno complessivo per l’Italia di circa 400 milioni di euro. In prospettiva, la perdita potenziale di posizioni sul mercato Usa è valutabile nell’ordine del 10-15%.

Il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, ha già incontrato più volte, nelle scorse settimane, il nuovo commissario Ue al Commercio, Phil Hogan, e oggi gli ha scritto una lettera per sollecitare la ripresa di un negoziato serrato tra Ue e Usa: «L’Unione – ha detto Giansanti – deve mettere in atto ogni possibile iniziativa per evitare questo scenario fortemente negativo. In ogni caso, in via precauzionale, occorre accelerare le procedure per il varo delle misure compensative che si rendessero necessarie per i settori produttivi più colpiti. L’intesa siglata nel luglio 2018 alla Casa Bianca, dall’allora presidente in carica della Commissione Juncker, sta a dimostrare che la strada dei negoziati diretti può dare risultati positivi anche per il settore agricolo, in attesa dell’auspicabile rilancio del sistema multilaterale di gestionale del commercio internazionale».

Proprio il 14 gennaio, vale a dire un giorno dopo la fine delle consultazioni, il Commissario Hogan volerà a Washington per avviare le trattative e scongiurare la stangata. Che non toccherà solo i produttori italiani: questa volta anche gli importatori americani sono in allerta, preoccupati di rimanere senza lavoro. L’Italia è un player importante per gli Stati Uniti, un drastico calo delle esportazioni avrebbe ricadute su tutta l’economia americana, con conseguenze negative per il commercio, la ristorazione e il turismo. Sono stati gli importatori stessi – con la loro associazione di rappresentanza, la Nabi – a voler sostenere una serie di petizioni contro l’imposizione di nuovi dazi sul vino italiano. Petizioni che i nostri produttori hanno volentieri firmato.

Anche l’Unione italiana vini è scesa in campo, con una campagna di comunicazione social, in coordinamento con gli importatori delle nostre aziende, verso i consumatori americani e gli operatori della ristorazione e della grande distribuzione. «Ci stiamo mobilitando direttamente con gli importatori americani, supportati anche dall’ambasciata italiana a Washington, per un’azione di coordinamento con i soggetti che verrebbero direttamente danneggiati dalle misure del governo americano – ha detto Paolo Castelletti, segretario generale della Uiv – l’imposizione di un dazio al 100% mettere i vini italiani con conseguenze disastrose per le imprese, i viticoltori e i territori».

Gli Stati Uniti sono la prima destinazione, in volume e in valore, delle vendite di vino italiano, per un totale di circa 1,5 miliardi di euro. L’olio d’oliva, invece assicura al nostro export un ulteriore contributo di circa 400 milioni di euro all’anno. Ma non è detto che questi risultati continueranno nel 2020, se le nostre imprese dovessero incontrare nuovi dazi sulla loro strada. Per avere un’idea dell’impatto di queste nuove tagliole di Trump, per esempio, basta considerare che una bottiglia di prosecco di Valdobbiadene Bortolomiol – che esporta negli Usa l’8% dei 3 milioni di bottiglie che produce – oggi in Italia costa 7,40 euro e sugli scaffali americani viene venduta a 16,5 dollari. Se i nuovi dazi sul vino andassero in porto nella loro forma peggiore, la stessa bottiglia arriverebbe a costare 33 dollari: un cambio di fascia di prezzo che non tutti i suoi consumatori americani abituali potrebbero permettersi.

Fonte: Il Sole 24 Ore