Ormai è quasi sulla bocca di tutti: la Belt and Road Initiative, conosciuta anche come One Belt, One Road, o, dal titolo ancora più romantico, la Nuova Via della Seta, che avrà in Trieste uno dei porti principali. Eppure, c’è un eppure, il coinvolgimento dell’Italia nell’ambizioso progetto cinese preoccupa non poco l’Unione Europea e gli Stati Uniti d’America.

Il timore degli alleati europei ed americani è che, con l’adesione italiana a tale iniziativa, il Dragone cinese possa piantare i suoi artigli in Italia e cibarsi delle sue carni.

Ora, la metafora è forse cruenta, ma potrebbe comunque rivelarsi adatta, tantoché Garrett Marguis, portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale degli USA, ha messo in guardia l’Italia, avvisandola che tale iniziativa porterà benefici solamente alla nazione cinese, così com’è successo con il porto greco del Pireo. Un avvertimento al quale è seguito persino l’eco del Presidente stesso, Donald Trump, ed al quale è arrivata l’energica risposta di Zeno d’Agostino, il presidente dell’Autorità Portuale del Mare Adriatico Orientale.

Non sappiamo ancora cosa c’è scritto negli accordi tra Italia e Cina, sono trattative strettamente riservate che nessuno conosce. Sappiamo che il porto di Trieste, e di conseguenza l’entroterra del Friuli-Venezia Giulia, sono un riferimento strategico per gli investimenti sulla Nuova Via della Seta. Ma noi non siamo la Grecia, non rischiamo di essere fagocitati dalla superpotenza asiatica, la nostra è una situazione opposta a quella che immaginano gli americani. Il porto di Trieste si sta sviluppando tantissimo, c’è la coda degli investitori che vogliono insediarsi da noi, fuori dalla mia porta. E non è affatto vero che vogliamo cedere il porto, come temono a Washington.

Da Bruxelles la sinfonia non è poi tanto diversa rispetto a quella proveniente dall’America, anzi, forse sembra ancora più tragica. Dalle Fiandre piovono toni, se non apocalittici, quasi: nella Comunicazione presentata il 12 marzo al Consiglio Europeo, frutto di una collaborazione tra i vicepresidenti della Commissione Europea, Federica Mogherini e Jyrki Katainen, vengono considerate a rischio “la prosperità, il modello sociale e i valori comuni dell’Unione Europea nel lungo periodo”, ed i benefici economici per il Paese che riceve investimenti cinesi si trasformano spesso “in un alto livello di indebitamento e nel trasferimento del controllo di risorse e asset strategici”. Uno scenario da cavallo di Troia economico, in linea di massima, dal quale l’UE è chiamata a difendersi, dal momento che l’espansione di una Cina che “protegge dagli investimenti stranieri i suoi campioni nazionali attraverso un’apertura selettiva dei suoi mercati” può avere delle “ricadute negative su tutta l’economia mondiale.”

Da Palazzo Chigi trapela però una certa tranquillità: il governo Conte è intenzionato a seguire la medesima strada dei suoi predecessori (i governi Renzi e Gentiloni aprirono infatti per primi alla Cina) e si sottolinea che, in occasione della visita a Roma di Xi Jinping, quando l’Italia sarà il primo Paese del G7 ad aderire, almeno in via preliminare, al progetto della Nuova Via della Seta, “verrà posta la massima attenzione agli interessi strategici del Paese”. Lo stesso Presidente del Consiglio aggiunge che “non c’è nessun rischio di colonizzazione. Le ragioni della prudenza sono pienamente condivise all’interno del governo: la tutela della sicurezza nazionale, anche sul piano economico, è un valore fondamentale che intendiamo rafforzare” e si sofferma sui vantaggi che l’Italia potrebbe ricavare da questo accordo: “Da un lato, i nostri porti, penso a in particolare a quello di Trieste, possono candidarsi al ruolo di terminali, in Europa, per la nuova Via della Seta. Si tratta di un’opportunità […] visto che nel Mare Nostrum transita ancora una parte consistente del commercio globale. Parlo dei porti perché il terminale ferroviario della Belt and Road è già individuato in Germania, a Duisburg, a riprova di una collaborazione tra Berlino e Pechino ben più avanzata della nostra. In secondo luogo, le nostre imprese attive nei settori delle costruzioni, della cantieristica, delle reti energetiche e in tutti i comparti collegati allo sviluppo di infrastrutture avranno la possibilità di partecipare ai grandi progetti avviati per costruire la Nuova Via della Seta.

La SCS Venturini ha introdotto, ormai da alcuni anni, il servizio via treno (LCL – FCL) import-export tra Cina ed Europa, il quale effettua 10.450 km in circa 14 giorni. Crediamo fermamente che questo nuovo ponte terrestre sia in grado di portare molteplici benefici alle diverse aziende, essendo questa un’ottima alternativa alle costose spedizioni aeree ed ai lunghi transit time marittimi.