Il 25 marzo 1957 fu firmato il primo trattato che segna la nascita dell’Unione europea e da allora sono passati ben 61 anni e ne sono trascorsi 20 dalla nascita dell’euro. Il 1 gennaio 1999 infatti, undici paesi dell’Unione Europea cominciarono ad avere una moneta comune, l’euro, e diedero inizio a una politica monetaria condivisa, sotto il controllo della Banca Centrale Europea.

Il 2019 si trascina dietro alcuni cambiamenti nati nel 2018, come ad esempio l’abbandono della Gran Bretagna e a maggio, con le elezioni per il Parlamento europeo, è presumibile aspettarsi un rafforzamento delle forze politiche euroscettiche.

Come è cambiato il mondo?

Secondo Bloomberg Economics, il quale ha svolto un vero e proprio test su ciascun Paese, è possibile stilare una classifica: in cima la Germania, accompagnata da Austria e Finlandia e seguite dal pluri-indebitato Belgio, Slovenia e Slovacchia entrate nell’Eurozona in un secondo momento. Paesi come Italia, Francia e Spagna, se pur paesi di primo piano, si trova in fondo la classifica.

Come sottolinea la stessa Bloomberg, il lavoro «non chiarisce se gli stati membri avrebbero conseguito migliori risultati al di fuori dell’area dell’euro, né misura la prosperità generale e la salute economica». Infatti, citando le parole di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea: «l’Unione monetaria ha avuto successo in molti campi, ma non è riuscita a dare i benefici auspicati in tutti i Paesi». E l’Italia, purtroppo, è tra questi.

A dieci anni dalla crisi finanziaria che ha fatto tremare il mondo, l’architettura dell’Unione europea economica e monetaria si è notevolmente rafforzata, ma, sottolinea la Commissione Europea in una nota in occasione dei 20 anni dell’euro, “è necessario fare di più”. Per la popolazione italiana, se si dovesse giudicare l’euro per quanto riguarda il senso di insoddisfazione, questi 20 anni rischiano di apparire un fallimento. Nel nostro Paese la ricchezza netta dei privati sfiorava i 10mila miliardi di euro e valeva 8,5 volte il reddito disponibile, quando venti anni prima superava di poco le sei volte. La ricchezza delle famiglie italiane, pur cresciuta a livello aggregato, è sempre meno equamente distribuita. Inoltre, tale malessere è cresciuto negli anni a causa del calo di potere d’acquisto degli italiani.

Per quanto riguarda la produttività, tra il dicembre 1978 e il 1998, la produttività delle aziende italiane è aumentata infatti del 45%, mentre quella delle concorrenti tedesche ha segnato un +55% e quella delle francesi un +58%. Dopo la nascita dell’euro il gap è stato però ben maggiore: in 20 anni la produttività in Italia è cresciuta del 5%, in Francia del 20,6% e in Germania del 24,4%. Questo è il problema: l’impossibilità di effettuare svalutazioni, accompagnata a una scarsa produttività rispetto agli altri Paesi, ha indebolito la competitività dell’Italia.


Il progetto dell’unione monetaria è stata un’operazione estremamente ambiziosa e positiva fino a che non ci si è trovati davanti la crisi dei debiti sovrani del 2011-2012. Avendo ceduto la sovranità monetaria, il nostro Paese si trovò senza strumenti per affrontare la speculazione finanziaria. L’euro e l’Italia si salvarono, ma il prezzo fu salatissimo: il tasso di disoccupazione arrivò a superare quota 13% nel 2014 mentre il Pil si contrasse di oltre il 10% rispetto ai livelli pre-crisi.

Facendo il piano della situazione, Jean-Claude Juncker ha affermato che l’euro è diventato un simbolo di unità, potere e stabilità, garantendo prosperità e protezione ai cittadini. Egli è uno dei pochi firmatari del trattato di Maastricht ancora attivo in politica e citando le sue parole: «ricordo i negoziati sofferti e intensi sull’avvio dell’Unione economica e monetaria. Ma più di ogni altra cosa ricordo la profonda convinzione che si stava aprendo un nuovo capitolo della nostra storia comune. Un capitolo che avrebbe plasmato il ruolo dell’Europa nel mondo e il futuro di tutti i suoi cittadini. Venti anni dopo, sono convinto che quella firma sia stata la più importante che abbia mai apposto».

Il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi continua dicendo che l’euro era una conseguenza logica e necessaria del mercato unico. Con l’euro è più facile spostarsi, commerciare ed effettuare transazioni all’interno della zona euro e con il resto del mondo. Vent’anni dopo abbiamo una generazione che non conosce altra valuta nazionale.

Conclude in una nota dicendo: «la Bce ha svolto con successo il proprio compito più importante, ovvero mantenere la stabilità dei prezzi. Ma stiamo anche contribuendo al benessere dei cittadini della zona euro mettendo a punto banconote innovative e sicure, promuovendo i sistemi di pagamento sicuri, vigilando sulle banche per assicurare che siano resilienti e sorvegliando la stabilità finanziaria nella zona euro».