Conoscere il Giappone: Economia

by | Jun 19, 2017 | Giappone, Foreign Markets

In generale, il Giappone è uno stato piccolo e sovrappopolato che scarseggia di materie prime e di terreni coltivabili. Tuttavia, il Giappone è la terza economia del mondo, dopo Stati Uniti e Cina, con un PIL di $4,11 trilioni nel 2015.

Fin dai primi anni del novecento, la strategia commerciale del Giappone è stata rappresentata da una forte esportazione di lavorati che utilizzano materie prime importate. Un circolo produttivo che ancora oggi consente a un Paese naturalmente privo di risorse, un posto tra le principali economie mondiali. La prevalenza dei settori terziario, che contribuisce a circa due terzi del prodotto interno lordo, (banche, assicurazioni, commercio, comunicazione, trasporti) e dell’industria (siderurgico, metallurgico, meccanico, chimico ed elettronico), concorrono infatti a delineare un Paese dall’elevata qualità della vita.

Agricoltura e Pesca. La coltivazione del riso occupa la maggior parte del territorio coltivabile. Si coltiva anche: orzo, frumento, soia, tè. Come già anticipato, la produzione agricola non è sufficiente per soddisfare il fabbisogno, quindi il Giappone è costretto ad importare grandi quantità di derrate agroalimentari da altri paesi. Data l’esiguità del terreno coltivabile, allevamento è scarso. Importante è la produzione di legname, dato che circa 2/3 del Giappone è ricoperto di foreste. Il pesce è uno degli alimenti principali dei giapponesi, secondo solo al riso, e perciò la pesca è uno dei settori di maggior importanza sia di quantità che di qualità. Il Giappone possiede una delle più grandi flotte del mondo per la pesca costiera, di altura e di profondità.

Industria. Il Paese è al secondo posto al mondo dopo la Cina per l’industria automobilistica e al primo per l’elettronica di consumo. Per alcune produzioni, come motociclette, fotocamere digitali, videocamere, stampanti e console per videogiochi, il Giappone detiene quasi il monopolio mondiale.

Macroeconomia

Dal dopoguerra fino agli anni novanta, il Giappone cresceva a un ritmo medio del 8% annuo grazie anche alla particolare cultura giapponese nel mondo del lavoro, che fa leva sulla lealtà del lavoratore verso l’impresa, alla debolezza dei sindacati e ai bassi salari dei lavoratori che nel dopoguerra lasciavano le campagne. Il tutto a beneficio dei grandi conglomerati finanziari-industriali detti keiretsu, un tempo chiamati zaibatsu: un raggruppamento di imprese, operante in settori diversi (industria, commercio, finanza); collegati fra loro da partecipazioni incrociate, reti relazionali e in generale vincoli non tanto giuridici quanto etici di appartenenza al gruppo. Le ex zaibatsu nascono da famiglie mercantili alla fine del 19° sec. e ancora oggi rappresentano i gruppi industriali più solidi del Giappone come ad esempio Mitsui, Mitsubishi, Sumitomo, Itochu, ecc.

La politica economica seguita durante gli anni ottanta con un basso costo del denaro unito a risparmi molto elevati, produsse un’enorme massa di liquidità che facilitò le speculazioni, in particolare nel settore edile e finanziario, complice anche un sistema politico tutt’oggi vulnerabile alla corruzione. Questo portò al crollo del prezzo degli immobili, con conseguente fallimento di banche e imprese e con la riduzione della domanda interna. Negli anni novanta il Giappone ha visto un forte rallentamento della sua crescita economica con un tasso medio di solo lo 0,8%, arrivando ad un -0,5% nel 2001.

Nonostante la generale stagnazione che il Paese vive dagli anni ’90 e la crisi internazionale innescata nel 2008, il sistema economico giapponese continua a rimanere tra i più solidi e sviluppati e oggi cresce del 2,2%, nel primo trimestre 2017. Si tratta del quinto trimestre consecutivo in crescita per la terza economia mondiale, la fase di rialzi più lunga in 10 anni, sostenuta ancora una volta dalla buona tenuta delle esportazioni. Tuttavia la faticosa evoluzione dei consumi (+0,1%) e degli investimenti (+0,03%) continuerebbe ad evidenziare l’andamento altalenante della domanda interna e il generale scetticismo verso il piano quinquennale di consolidamento fiscale del governo, che ha come obiettivo il raggiungimento dell’avanzo primario del deficit entro il 2020, che presuppone una crescita del PIL del 2% annuo, a fronte di un situazione di forte criticità in cui versa il debito pubblico del Paese, che avrebbe raggiunto il livello record del 250% del PIL al termine dell’anno solare 2016, il più alto debito dei paesi G20 a cui segue l’Italia con il 132% del PIL.

 

 

 

 

 

Valeria Cipolletti

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