In un mondo fortemente interconnesso come quello in cui viviamo, la crisi da COVID-19 ha messo in evidenza come l’integrazione globale e la dipendenza eccessiva dalle catene del valore hanno reso i Paesi più vulnerabili agli shock di forniture. La pandemia ha sconvolto le complesse catene con cui materie prime, semilavorati e prodotti finiti fanno il giro del mondo imponendo alle imprese un ripensamento della propria supply chain e delle proprie decisioni di localizzazione. Oggi esse si stanno accorciando, ricompattando e riconfigurando ma in realtà è da circa un decennio che la diffusione delle catene globali del valore (CGV) ha iniziato a rallentare, essendosi ridotti gli spazi sia per un ulteriore calo delle barriere tariffarie sia per un ulteriore incremento della frammentazione della produzione. Lo shock pandemico ha semplicemente accelerato i processi che erano già in atto negli ultimi anni, come appunto il rimpatrio di attività produttive prima localizzate all’estero (reshoring). Negli anni più recenti le tensioni geopolitiche hanno ulteriormente contribuito a frenare i processi di integrazione internazionale, per effetto della maggiore incertezza sulle politiche commerciali.

Nell’ultima decade sono andate consolidandosi tre grandi aree produttive manifatturiere: quella dell’Asia-Pacifico, l’area NordAmericana e l’Unione Europea. Per ciascuna area, il peso delle importazioni di beni intermedi da paesi emergenti extra-area è tuttora preponderante, evidenziando come l’integrazione delle CGV rimanga comunque un fenomeno caratterizzante dell’attuale modello di globalizzazione. Tuttavia, negli ultimi anni, le importazioni di beni intermedi da paesi emergenti interni alle tre aree commerciali hanno conosciuto una dinamica maggiormente espansiva di quelli extra-area, testimoniando l’avvio di un processo di regionalizzazione delle CGV. La convenienza di un processo di produzione fortemente frammentato su scala internazionale risulta ridimensionata, a favore di un approccio local-to-local, che possa garantire una maggiore solidità e prossimità dei punti di approvvigionamento, produzione e consumo. Inoltre, il COVID-19 ha messo in luce i punti deboli della partecipazione alle CGV. Infatti, il personale coinvolto nella distribuzione fisica è potenzialmente esposto al virus o non autorizzato a varcare i confini nazionali, impedendo un funzionamento efficace delle catene. Il distanziamento sociale e i controlli sanitari potrebbero creare ritardi alle frontiere con conseguente maggiorazione dei costi di transazione.

Per queste ragioni, le catene della fornitura debbono essere più corte, più controllabili, più omogenee e meno esposte ai rischi: non importa che i rischi siano concentrati sulla logistica (nel caso di una pandemia come il Coronavirus) o sul vantaggio di prezzo (nel caso dell’incognita di guerre tariffarie).